MADAME MALLORY e IL PICCOLO CHEF INDIANO (Richard C. Morais)

Richard C. Morais

Dunque, la storia in soldoni è questa:

Si parla della famiglia Haji e del piccolo Hassan soprattutto. E’ lui che seguiremo nell’evolversi del tempo. Nasce e cresce in mezzo ad una famiglia di ristoratori della vecchia Bombay, che da decenni ha dedicato tutto il  lavoro e le energie al cibo. La morte tragica e improvvisa della madre in un incendio porta l’intero nucleo familiare nello sconforto, e dopo aver perduto un grande punto di riferimento e il proprio ristorante sono costretti ad allontanarsi dalla loro patria.
Devono scappare dal dolore dei ricordi e tentare di rifarsi una vita altrove.

Le loro tradizioni, le loro abitudini, la loro casa, i loro affetti persino il loro cibo. Tutto viene stravolto.
Incomincia una lunga peregrinazione alla ricerca della serenità e di un posto da poter considerare di nuovo casa.

Hassan che all’epoca è un ragazzo ci racconta in prima persona che cosa significhi dover vagare in posti lontani, così diversi, dove la gente ti guarda dall’alto in basso come se fossi un cane. Ci racconta del trasferimento a Londra, che è un fallimento. Lumiere, una piccola cittadina nel cuore della Francia scoperta per caso risulta essere ben più affascinante… Ci avventuriamo con lui alla scoperta del posto, della nuova casa, e dei nuovi vicini.
Alcuni di essi non saranno particolarmente cordiali. In particolare Madame Mallory, una famosissima chef proveniente da una delle più illustri e antiche famiglie di grandi albergatori della Loira, pluripremiata dalla guida Michelin, che si ritroverà suo malgrado a confinare con la chiassosa rumorosa famiglia e che tenterà in tutti i modi di non farli sentire i benvenuti.
Immaginabile il diverbio:  scontri accesi tra cuisine francaise e la pittoresca tradizione di bombay… Uno scontro all’ultima stella Michelin.

La parte iniziale è una delizia. E con delizia intendo sottolineare l’esperienza multisensoriale che creano le prime descrizioni del ristorante della famiglia Haji a Bombay, l’infanzia del piccolo Hassan, cresciuto tra i fornelli e il mercato della mattina.
Parlano di piatti tipici sconosciuti che ammetto di aver dovuto cercare su google. Ma non è una lista della spesa senza forma, è come se ti insegnassero pian piano, come se ti introducessero alla loro cucina nel loro ristorante… E’ stato davvero soddisfacente. E questo modo di descrivere i piatti che cucinano l’amore che ci mettono non è finito con il periodo a Bombay, ma anzi ha impregnato tutte le pagine del libro.

Arriva poi il momento del primo trasferimento e da lì il libro a mio avviso si infila in un empasse storica. Ho pensato di abbandonare la lettura per un attimo. Sicuramente vuole sottolineare il momento drammatico che sta passando la famiglia, l’animo spezzato, la poca voglia di fare progetti , ma mi è sembrato un pelo eccessivo.
Fortunatamente con l’arrivo a Lumiere abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo 😉
Da quel punto è tutto in discesa, un mix perfetto. Non troppo libro di cucina, non troppo spionaggio e guerra di cucina, non troppo melodramma.
Un insieme di tutti questi elementi che rende a mio avviso questo uno tra i libri che mi sono gustata di più nell’ultimo anno.

Gustare per credere.

A proposito, eccone un piccolo assaggio:

” La nonna possedeva anche l’incredibile dote che contraddistingue i grandi chef, ossia saper svolgere diverse mansioni alla volta. Sono cresciuto guardando la sua figura esile che sfrecciava a piedi nudi sul pavimento di terra battuta della cucina, passava svelta le fettine di melanzana nella farina di ceci per poi friggerle nelle kadai, dava uno scappellotto al cuoco, mi allungava un croccante di mandorle e rimproverava a gran voce la zia.”

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