Recensione: NON LASCIARMI (Kazuo Ishiguro)

Non so perchè ma l’ho lasciato per tanto tempo sullo scaffale, non l’ho mai acquistato. Ha dovuto attendere che una mia amica molto attenta si accorgesse degli sguardi che gli lanciavo, e che me lo regalasse per natale. Stranamente difficile convincermi, oltremodo difficile leggerlo. Ha toccato corde che /non/ dovrebbero essere toccate, ha posto domande che dovrebbero essere poste …

NON LASCIARMI è stata una storia lenta, forzatamente diluita nel tempo. Ho infatti impiegato due mesi per terminarlo, e non pochi sforzi per uscire dall’empasse nella quale sono inciampata all’inizio del romanzo.

Si presenta come il noioso racconto delle avventure di una manciata di ragazzi in una scuola privata dispersa nel nulla della bucolica campagna inglese. Ishiguro cerca di sottolinare con forza la monotonia della vita di questi giovani che – a quanto pare –  io ho colto in pieno. Come le nostre scorribande a scuola ripropone tradizioni, abitudini e modi che rendono una comunità unica e riconoscibile. Il college di Hailsham è noioso nella sua normalità.

Quando però cominciano a circolare insistentemente nomi come “donazioni” e “assistenti“, cominci a capire che non hai capito niente di quello che hai appena letto. Ricordo di aver pensato, ecco l’ennesimo romanzo fantascientifico col botto – non amo particolarmente il genere – e di avere intuito che la scuola di cui si parlava avesse qualcosa di diverso rispetto alle scuole normali.
Solo mi ci è voluto un pò per capire che cosa questa diversità volesse dire e raccontare.

Innanzitutto racconta che questa “fantascienza mascherata” sia in realtà uno dei romanzi più realistici che io abbia mai letto. Rabbrividisco a pensare che quello di cui narra Ishiguro possa essere qualcosa di verosimilmente testimoniabile già in questa generazione. Non siamo molto lontani dalla dimensione poco parallela di cui narra l’autore giapponese. Ishiguro scrive bene, intreccia pure meglio, si supera centrando un tema caldo e importante che per giunta mi interessa in prima persona : fino a che punto siamo disposti a spingerci per la moderna ricerca scientifica? che prezzo siamo disposti a pagare? Ma soprattutto – e qui la domanda viene posta chiaramente – se tanto dobbiamo morire, in un modo o nell’altro, che senso ha l’arte? A che scopo scriviamo, dipingiamo, creiamo un’opera d’arte?

Come descrivervi un pò la trama senza rovinarvi il percorso? Vi basti sapere che la vita in questo collegio è una guida, li prepara per affrontare il loro futuro. E dalle domande che ho fatto prima, intuirete che si parla di un futuro nel quale la ricerca scientifica è in primo piano.  Ma quale futuro è programmato per questi studenti speciali? Quale posto occuperanno le loro vite una volta usciti dal college? Cosa li aspetta dopo Hailsham?

Seguiamo in particolare i tre amici Kathy, Tommy e Ruth nel gozzoviglio delle loro esistenze. Confrontiamo le loro teorie riguardo la loro condizione e scopriamo con loro il loro destino. Ci impegniamo così tanto ad analizzare che quasi non ci rendiamo conto di quanto queste domande valgano per i protagonisti del romanzo tanto quanto per noi. Certo il loro destino è diverso, ma d’altronde dobbiamo morire tutti prima o poi no? E allora l’arte a cosa serve? Possiamo porci la stessa domanda. Ma in fondo la risposta che la direttrice del college darà mi soddisfa. L’arte ci rende degli individui privilegiati, e di questo sono più che convinta. Ecco, forse questo è l’unica anticipazione che meriti di essere rivelata. L’arte in ogni sua forma ci rende individui privilegiati, comunque si dipani la nostra vita, e verso qualunque futuro siamo destinati.

E se non vi bastasse questo per considerarlo degno di lettura, tenete conto che è stato inserito tra i cento migliori libri scritti tra il 1923 e il 2005. Potrebbe non voler dire niente, ma perchè rischiare?

S.

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