RECENSIONE: QUATTRO ETTI D’AMORE, GRAZIE (Chiara Gamberale)

Non me lo so spiegare. Forse perchè l’ho letto subito dopo aver terminato Stoner di J.Williams, forse perchè ero nervosa, forse perchè non l’ho capito… O forse perchè è effettivamente soltanto bruttino.

Io che ho sempre una buona parola per tutti a questo giro sono irremovibile anche con me stessa. Anzi, prendo perfino appunti, nel mio solito foglio volante delle citazioni, che di solito però del libro raccoglie solo quelle belle. Segno con dovizia di particolari i modi in cui demolirlo. Che cattiveria! Emicalofaccioappostaperò!

Allora di solito parto dalla trama, ma dato che la trama è pressochè inesistente: quasi quasi procederei senza soffermarmi. Tea ed Erika si incontrano sempre al supermercato, sbirciano nei rispettivi carrelli, si ammirano vicendevolmente. Si ammirano di nascosto l’una dall’altra, e tediano il lettore con 1001 motivi validi, per cui la propria  esistenza non potrebbe reggere il confronto con quella dell’altra. Punto. Non voglio essere sbrigativa, ma la trama di certo non aiuta il libro, anzi semmai lo affossa. Inconsistente, insapore, incolore. Asettica.

Le due protagoniste sono rispettivamente lo stereotipo della perfetta padrona di casa, e della star dalla vita sregolata. Nessuna sfaccettatura, nessun battito, nessuna emozione che arrivi al lettore. E soprattutto nessuna profondità. Si viene rimpallati da un problema da soap opera, ad una crisi da casalinga, in un vortice costante di “chissà lei” “chissà l’altra”. Gli attori che circondano le protagoniste sono figure di cartone che non aggiungono molto.

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Non è partita subito male però. Ho rivisto le recensioni della Gamberale che avevo fatto qui o sul canale Youtube di

LettureDisordinate, e a trame sempliciotte corrispondeva uno stile colloquiale che catturava ed entusiasmante. Mi ricordo in “Per dieci minuti” di aver ammesso che non fosse un nobel per la letteratura, ma di essermi facilmente identificata nella protagonista della storia, e di aver apprezzato lo svolgimento tutto sommato. In questo caso evidenzio subito una duplice autrice: quella più strettamente colloquiale, e quella più filosofica e riflessiva. Inizialmente trovo questo mix quasi piacevole. Ma la mia iniziale impressione positiva, si trasforma quasi subito in fastidio. Velocemente passa dal colloquiale allo stile dei peggiori Moccia (non me ne voglia) che comincia a prendersi tante libertà, tante licenze poetiche che poteva risparmiarsi. Dal colloquiale poi atterriamo sul pianeta “Frasi da cioccolatino”. Possono sembrare riflessioni profonde, e ammetto di averne sottolineata qualcuna, però lasciano il passo ad un’immediata sensazione di una forzata affettazione.

E’ un pò come se questo libro, questa autrice, fossero un perfetto mix costruito a tavolino per piacere. Non so come spiegarvelo, ma mi è parso proprio così. Che avesse dei pezzi piazzati li perchè qualcuno ha deciso di metterceli prima che lei scrivesse il romanzo. Un pò come un qualcosa di già scritto. Come se le nostre reazioni di lettori fossero previste e tendesse a montarle con sprazzi in luoghi strategici.

Sicuramente non è stata una lettura fortunata, perchè passare da STONER (J.Williams) a questo romanzetto farebbe sembrare anche Umberto Eco una casalinga da chicklit. (scherzo eh! Non cominciamo coi bronci). Però dalla semplicità disarmante e silenziosa con cui un Williams mi rende argomenti tosti come il cemento, passare al chiasso e al rumore di tutti questi monologhi che in fondo non dicono niente, innervosirebbe un qualunque lettore. Senti proprio il peso del tempo che stai perdendo, tanto che per un attimo avevo pensato di farvi la recensione senza finirlo. Il senso del dovere mi ha poi convinta a continuare, solo per rendermi conto, che potevo tranquillamente fermarmi dov’ero che il finale non avrebbe cambiato la mia opinione di una virgola.

Cosa credo di avere intercettato del messaggio dell’autrice? Che la vita degli altri non è mai come sembra, che ognuno è perfettamente imperfetto a modo suo, che entrambe le donne vorrebbero cambiare la propria vita, ma passano più tempo a pensarlo che a farlo davvero, e finiscono come gli in

etti. Bloccate, incastrate nel meccanismo delle loro stesse esistenze. Sarà che amo i libri in cui i personaggi fanno qualcosa, qualunque cosa. Per cui Chiara, per questa volta… PER ME E’ NO!

 

S.

 

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