LA FAMIGLIA WINSHAW (Jonathan Coe) | RECENSIONE

Non potevo non leggere qualcosa di Jonathan Coe : dopo due tentativi poco felici (con la banda dei brocchi e donna per caso) ho insistito acquistando LA FAMIGLIA WINSHAW allo stand di Libraccio al Salone del Libro, ispirata dal sequel di “Numero undici” uscito a marzo per Feltrinelli. Ecco com’è andata.

QUELLO CHE DOVREBBE ESSERE LA TRAMA:

Godffrey Winshaw è stato ucciso. O almeno questo è quello di cui è convinta sua sorella Tabitha. E per provare a tutti che l’assassino altri non sia che Lawrence (il fratello cattivo) assolda il giovane scrittore Michael Owen per far luce sulla faccenda, con la scusa di una biografia della famiglia. Non potendo più contare su se stessa, perché tutti la credono pazza e l’hanno rinchiusa in un istituto psichiatrico, si affida alle sue indagini. Ed è proprio questo Michael Owen che ci accompagnerà alla scoperta di questo antica casata dei misteri.

WP_20160523_18_48_24_ProQUELLO CHE E’ REALMENTE:

La famiglia Winshaw è un espediente: un fantomatico ceppo di consanguinei della peggior specie. Ognuno rappresenta un’area della società inglese: la sanità, la comunicazione, l’economia nazionale. Coe si deve togliere qualche sassolino, e usa i personaggi per farlo. Sono i capi dello stato, quantomeno quelli che contano davvero. Sono i banchieri, proprietari di azienda, influencers dell’epoca. A Jonathan Coe non piace l’Inghilterra che vede. E ci tiene a farlo sapere a tutti. Tutto il resto serve soltanto a contestualizzare le sue invettive, a renderle credibili e dovute allo svolgersi della trama.

Operare in banca era diventata la più spirituale di tutte le professioni.

Sapeva l’intervistatore quanto di quel denaro veniva da un vero, tangibile commercio in beni e servizi? Una frazione del 10 per cento, forse meno. Il resto erano tutte commissioni, interessi, intermediazioni, swaps, contratti a termine, opzioni: non si trattava più neanche di danaro nel senso ordinario del termine. Che forse non esisteva neppure.

GIURO CHE E’ BELLO…

Descritta così, la mia recensione lo fa sembrare un pippone interminabile. Oddio, non che non lo sia sembrato alle volte eh, però rasenta la perfezione. Non posso non riconoscere che questo romanzo sia un perfetto equilibrio di azione e approfondimento, di mistero e di riflessione. Non c’è un punto che superi l’umana sopportazione, non un dialogo che si faccia noioso, non un elemento che si consideri superfluo. E’ tutto perfettamente funzionante. Ed è proprio per questo che Jonathan Coe è così amato.

 

DECALOGO DEL BUON ROMANZO:Winshaw 1

Qui dentro ci sono tutti i generi letterari, dicevo. Il saggio sull’Inghilterra del secolo, il giallo modello Agatha Christie nelle ultime pagine, il documentario sulle tipologie di allevamento intensivo, sull’editoria e i mercati televisivi corrotti, ma anche il romanzo psicologico, la storia dello scrittore con i suoi demoni dal passato, e perché no, un barlume d’amore quando il giovane incappa nella dolce Fiona. C’è tutto. Ogni capitolo viene incentrato su un personaggio della famiglia Winshaw e contemporaneamente sui progressi delle vicende dello scrittore squinternato. Non eccede mai Coe, mantiene proporzioni auree, centellina le sue preparate ricerche, le mescola a tratti di romanzo puro inventato. Intreccio e storia, intreccio e storia. E le sue ricerche si fondono con la vita dei giovani Winshaw. I personaggi vengono immaginati invischiati in faccende grosse in prima persona. Uno incontrerà Saddam Hussein, l’altro si innamorerà di Margaret Thatcher, etc. In questo modo la vera storia inglese non viene ridotta a descrizione di contorno facilmente eludibile, ma si incastra alla perfezione.

Beh, non me la sento più di salvare le persone. Tutto qui. Voglio solo che sia chiaro questo.
Non che io creda veramente che tu debba essere salvato. Forse solo un pò scosso.

E te la senti di scuotere le persone?

Può darsi. Può darsi e basta.

 

SEI PERSONAGGI IN CERCA DI UNO SCOPO:

I componenti di questa famiglia sono tanti e ,come tutti sapete, io odio i romanzi multi-personaggi: tant’è che ho apprezzato particolarmente l’albero genealogico stilizzato che l’edizione Feltrinelli presenta prima dell’introduzione. L’ho seguita e ho addirittura fatto delle annotazioni di fianco ai nomi, per ricordarmi a chi appartenessero i fatti che man mano leggevo, avanzando con la storia.

GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI:

La distinzione tra personaggi principali e secondari non è di importanza ma di scopo: i primi servono , come già accennato, a fare da veicolo alle invettive di Coe, tant’è che il libro viene scandito da capitoli che prendono i nomi dei giovani rampolli Winshaw. I secondi invece rendono la storia un vero romanzo. Ho trovato paradossalmente più accurati questi ultimi, perché la storia voleva comparse con un passato, con delle debolezze, con un qualcosa che li rendesse umani. E allora Fiona e le sue piante, l’investigatore privato con particolari passatempi, l’amica di vecchia data e i suoi coinquilini, tutti vengono amalgamati in questo pentolone e spiccano più dei principali veicoli di invettiva.

L’UNICA COSA IL FINALE:
*** SPOILER****

E qui sparo uno spoiler gigante, che più gigante non si può. Però non posso non chiedermi, e non chiedergli… Perchè? Perchè dannazione poveraccio alla fine, dopo tutta sta maletta, sto poveraccio deve morire? Perchè? Che ti aveva fatto di male Jonathan? Non ti era bastato ammazzarli tutti in modi creativi? No, pure lui dovevi prenderti. Cattivo!

 

 

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